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Da un gene la possibile futura arma per evitare il rischio di rigetto cronico dopo un trapianto. Non solo: attraverso la terapia genica non potrebbe essere necessario - se non per un breve periodo - abbassare le difese dell'organismo con la cura immunosoppressiva, oggi indispensabile affiché il sistema immunitario accetti il nuovo organo. Sono le prospettive aperte da uno studio italiano condotto nel dipartimento di Medicina molecolare dell'Istituto Mario Negri di Bergamo e pubblicato sul Journal of the American Society of Nephrology. "In questo modo diventa possibile modificare soltanto l'organo trapiantato e non l'intero organismo", ha osservato il direttore dell'istituto bergamasco, Giuseppe Remuzzi.
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I limiti introdotti all'uso dei farmaci contro la sterilità servono a tutelare la salute delle donne, non i bilanci dello stato. La presidente dell'Aifa Antonella Cinque risponde così a Filomena Gallo, presidente dell'associazione di pazienti Amica cicogna, che le aveva scritto una lettera aperta chiedendo l'abolizione del limite al tetto di utilizzo dei farmaci per la fecondazione assistita. Cinque ha assicurato comunque l'impegno dell'Aifa a verificare la possibilità di allargare la gratuità dei trattamenti a casi di eccezione, alcuni di questi anche segnalati dall'associazione. L'appello era stato sottoscritto da un gruppo di donne parlamentari di opposizione e maggioranza e da alcune associazioni.
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Gli studi concordano: per combattere i disturbi psicologici l’arma più efficace è la psicoterapia. Ma cosa bisogna aspettarsi da questo genere di cura? «Non importa che si tratti di psicoanalisi o di terapia comportamentale. Tutte si basano sul principio che il comportamento, i pensieri e i sentimenti di una persona si possono modificare» spiega Mario Farné, medico psicoterapeuta e docente di Psicologia medica all’Università di Bologna. «Questo permette di eliminare o ridurre il disagio psicologico. E, di conseguenza, i sintomi fisici che può aver creato». Vediamo, però, in concreto, cosa c’è di vero nelle convinzioni più comuni sulla psicoterapia.
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Che fortuna essere bilingue, aiuta il cervello a divenire piu' grande: l'ha scoperto l'italiano Andrea Mechelli, partito dall'Universita' degli Studi di Padova con una laurea in Psicologia e ora al lavoro da cinque anni come neuroscienziato presso la University College di Londra. Secondo quanto riferito sulla prestigiosa rivista Nature la materia grigia di una zona del cervello, l'area parietale inferiore dell'emisfero sinistro in prossimita' del giro angolare, e' piu' voluminosa nei bilingue rispetto ai monolingue e lo e' tanto piu' quanto piu' precocemente nella vita si e' imparata la seconda lingua. L'area che sviluppa massa grazie alla ginnastica linguistica, ha precisato in un intervento Mechelli, fa parte delle aree del linguaggio ed e' solitamente attivata in compiti di scioltezza verbale. Gli esperti del laboratorio londinese hanno compiuto due studi, su un gruppo di inglesi e uno di italiani. "Nello studio sui soggetti inglesi, ha raccontato l'esperto italiano, abbiamo confrontato tre gruppi, i monolingue, i bilingue che hanno imparato una seconda lingua prima di compiere 5 anni, i bilingue che hanno imparato una seconda lingua dopo i 10 anni".
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Beata gioventù. Almeno se non si considerano i problemi di sovrappeso, di obesità, i rischi di ipertensione e quelli di diabete. Purtroppo, però, parliamo di argomenti che non possono proprio essere trascurati: lo sanno bene gli esperti intervenuti a Milano per la conferenza stampa ''Italia: da Paese di obesi a Paese di diabetici?''. Dall'incontro è infatti emerso un identikit dei giovani italiani a dir poco allarmante, un quadro in cui molti dei problemi considerati finora ad esclusivo appannaggio degli adulti entrano prepotentemente nella vita dei quindicenni. In Italia, il 13% dei bambini e degli adolescenti soffre di obesità, mentre, tra i 6 e i 17 anni, il 26,9% dei maschi e il 21,2% delle femmine sono sovrappeso.
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Contrariamente a quanto si possa comunemente pensare, la tubercolosi è una malattia tutt'altro che debellata. Anzi: nei prossimi 20 anni ucciderà nel mondo 35 milioni di persone. Perché un dato è certo: oggi ne uccide all'anno quasi 2 milioni, per l'esattezza 1,7. A lanciare questo allarme, documentato da dati statistici verificati, sono gli esperti del San Raffaele di Milano insieme all'associazione Stop TB Italia, organismo riconosciuto dall'Organizzazione Mondiale della sanità e specializzato appunto nella raccolta fondi, nella ricerca e nella cura nel mondo della tubercolosi. A questa malattia, con la quale tanto si può convivere per anni quanto morire in tempi relativamente rapidi, il San Raffaele ha voluto dedicare un convegno in occasione della Giornata Mondiale per la Lotta alla Tubercolosi. Convegno dal quale è emerso con evidenza questo dato: non solo la tbc (il romantico 'mal sottile') esiste, ma la sua diffusione nel mondo é di proporzioni impensabili. Nel 2004 sono morte di tubercolosi 1,7 milioni di persone, in media 5 mila ogni giorno. Il 98% di queste viveva in Paesi in via di sviluppo. "Dai dati in nostro possesso - ha spiegato il dottor Massimo Raviglione, direttore del dipartimento Stop TB dell'Oms - i nuovi casi di tubercolosi nel 2004 sono stati 8,9 milioni, localizzati per l'80% in 22 Paesi". Cioé a dire Asia e Africa in primo luogo. Ma anche Paesi dell'ex Urss. In Europa la tbc appare sotto controllo: 439 mila nuovi casi, 67 mila morti. Sembra un dato secondario, "ma non è così - ha sottolineato Raviglione - perché nel mondo globalizzato il flusso migratorio oggi in atto ha rimesso in moto il contagio". Ecco allora che il numero raddoppia se si tiene conto dell'Europa allargata: nel 2003 nei primi 15 Paesi membri UE solo 15 persone su 100 mila erano malate, ma questa percentuale é quasi doppia nei Paesi entrati nell'Unione nel 2004. E nei Paesi dell'ex Unione Sovietica il dato è cresciuto ulteriormente: 100 persone su 100 mila sono malate.
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