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ecografiaA 18 settimane, baby John si succhia il pollice. Il piccolo Renzo, un po' più grandicello, saluta davanti alla telecamera e Hayden nuota tranquillo. I protagonisti della tenera galleria che sfila sulle pagine di You Tube, sezione dedicata alle fetus ultrasound ovvero alle ecografie prenatali, non sono bambini, o meglio non lo sono ancora. Non è una manovra del movimento "pro life", ma il modo con cui un numero crescente di genitori sceglie di celebrare il nascituro. Utilizzando le ecografie di ultima generazione per produrre filmati da inserire subito tra i ritratti di famiglia, da commentare con gli amici, da studiare alla ricerca di somiglianze. È uno dei modi in cui la tecnologia sta cambiando il modo di vivere la gravidanza.

E se per qualcuno è solo l'ovvia conseguenza del processo tecnologico, altri si interrogano sulle possibili conseguenze. Come Sophie Marinopoulos, psicologa francese che nel recentissimo Nell'intimo delle madri (Feltrinelli) denuncia il rischio che la "tecnogravidanza" faccia perdere di vista la complessità del processo riproduttivo. Non per rinunciare alla tecnologia medica, "che è un meraviglioso salvavita", ma per invocare analoghe attenzioni per la salute psichica degli interessati. "Non ci si può vantare della tecnologia se ci fa smarrire la dimensione umana. I nostri ospedali sanno curare le madri, ma non sono più capaci di prendersene cura", denuncia la psicologa. "Oggi in Francia il 99% delle gravidanze è seguito da un medico. Le donne non sono mai state così seguite, e non si sono mai sentite così sole". "Quando ho partorito io", ricorda Marinopoulos, "c'erano le ostetriche, spesso brusche, ma una presenza affettiva importante: nessuna tecnologia può pretendere di rimpiazzare le mani di una donna". Le fa eco la psicoterapeuta Giuliana Mieli: "Dobbiamo ricordare che la maternità è un evento legato a un fondamentale cambiamento emotivo e biologico. Pensare di interpretarlo con gli strumenti della tecnologia medica, che pure hanno una loro importante funzione, sarebbe riduzionismo". Proprio dalle ostetriche arriva notizia di un disagio che emerge tra le coppie in attesa, frutto delle immagini troppo forti regalate dalle ecografie. "Sempre più spesso sentiamo di futuri padri che hanno difficoltà ad avere rapporti sessuali con la moglie, perché hanno paura di far male al bambino: ne sentono la presenza, così incombente proprio grazie alle ecografie, come un ostacolo", spiega Marta Campiotti, presidente dell'Associazione nazionale ostetriche parto a domicilio. "È sempre successo che percepire la presenza del feto mettesse in difficoltà i padri", spiega la sessuologa Chiara Simonelli, "ma oggi l'ecografia induce maggiormente a dar corpo a fantasmi, soprattutto in una cultura come la nostra sempre più "bambinocentrica" fatta apposta per generare ansia". Paure, sia detto, quasi sempre infondate. Se non ci sono minacce di aborto o parto prematuro il sesso in gravidanza non è sconsigliato, anzi è addirittura utile per facilitare il parto. Una realtà clinica tradotta simbolicamente da alcune culture africane per cui il seme del marito serve a nutrire il feto. Oggi però la coppia madre/bambino, da cui il padre tende a prendere le distanze, nasce prima del parto, di fronte, appunto, a un'ecografia. "Forse", commenta Campiotti, "aveva ragione Franco Fornari che anticipava il complesso di Edipo alla fase di gestazione".

Riduttivo, ormai, pensare che le ecografie siano solo una tecnica diagnostica per controllare il benessere del feto. Lo sono quelle previste dai protocolli ministeriali: di norma tre, eseguite con le tecniche standard, ossia bidimensionali (la prima entro la quindicesima settimana, un'altra, la cosiddetta "morfologica", alla ventesima, l'ultima alla trentaduesima). Le ecografie 3D sono semmai interventi di seconda linea, da affidare a medici esperti, per chiarire un dubbio diagnostico. O meglio dovrebbero esserlo, perché sempre più spesso si stanno trasformando in una specie di servizio fotografico, con tanto di amici e parenti presenti all'evento e DVD da portare a casa. E pazienza se le immagini dell'ecografia tolgono alla donna un po' del potere derivante dall'essere unica depositaria della relazione con il nascituro, da condividere semmai con il futuro padre e i familiari: di fronte a questo bambino già un po' pubblico la futura mamma è uno spettatore come gli altri, che cerca nelle immagini la conferma di ciò che prova. "In questo modo il bambino si materializza troppo in fretta, interrompendo il percorso che consente di radicarlo nella sua storia familiare, le fantasie che portano gradualmente a costruirne l'identità", spiega Marinopoulos. "È un problema della nostra epoca, quello di non saper creare un'immagine senza avere un riferimento reale. Ma così i futuri genitori, invece di usare la parola per condividere i loro vissuti, si trovano insieme, muti e attoniti, a guardare uno schermo". E anche la determinazione del sesso cambia, inevitabilmente, la percezione di quel futuro bambino. "Si bruciano le tappe e così limitiamo il lavoro dell'inconscio, ci illudiamo di sapere tutto: il sesso, l'aspetto fisico del bambino, a chi somiglierà, il giorno della nascita", spiega Marta Campiotti. "Ma siamo proprio sicuri che la tecnologia ci regali tutto questo potere?". È facile sopravvalutare il potere diagnostico dell'ecografia e i nodi vengono al pettine quando invece l'esame accende qualche dubbio. "I limiti di queste tecniche si misurano davvero quando emerge un problema", spiega Marinopoulos. "Spesso gli ecografisti mettono le mani avanti, chiedono altri controlli per chiarire un dubbio: a quel punto la relazione della donna con il nascituro cambia, si interrompe. E anche ammesso che vada tutto bene, che si tratti di un falso allarme, la rassicurazione del medico non basta a risolvere: quello resterà sempre, in molti casi anche dopo la nascita, il bambino del dubbio". La soluzione non è rinunciare alle diagnosi prenatali. Piuttosto prendere coscienza del loro impatto psicologico, e anche dei loro limiti: quanti oggi riescono davvero a non credere nell'onnipotenza della tecnologia? "Non ammettiamo l'impatto sconvolgente di un processo procreativo con le sue variabili ancora, nonostante tutto, incontrollabili", spiega Campiotti. E anche se conosciamo nel dettaglio i meccanismi riproduttivi tendiamo a ignorarne i risvolti psicologici: "Sono le modificazioni ormonali che avvengono nel corpo della donna ad avviare davvero la gravidanza, permettendo all'ovulo fecondato di annidarsi nella parete uterina", spiega Giuliana Mieli. "Ma queste trasformazioni, che sono biologiche, rendono la gestante emotivamente fragile, infantile, proprio per renderla più vicina ai bisogni del bambino che porta in grembo". Prendere atto di questa fragilità, rispondere con un sostegno affettivo di accompagnamento rende più facile il percorso verso il parto, e il parto stesso. "E in più", aggiunge la psicoterapeuta, "ci siamo rese conto che in questo periodo la rielaborazione delle ferite del passato, con l'adeguato sostegno psicologico, è più rapida e più facile: a volte con il parto vediamo nascere non solo un bambino, ma anche una donna nuova". Si spiega così perché i tempi della gravidanza abbiano tanta importanza. "Mi sono sempre chiesta perché in caso di parto prematuro non sia prevista un'assistenza psicologica per le madri: anche loro hanno subito un trauma", nota Marinopoulos. "Si trovano a vivere in una dimensione sospesa che non consente loro di gioire dell'evento, si sentono colpevoli e al tempo stesso possono provare rancore nei confronti del figlio che le ha tradite". Un'esperienza di cui può far parte anche il dolore del parto, purché non lo si viva come punizione, "ma come un elemento che ha un suo ruolo importante nella pedagogia affettiva", spiega Giuliana Mieli. "Il dolore del parto ha un forte valore simbolico, perché segna il distacco dell'unione simbiotica tra la madre e il bambino". Il che non vuol dire, precisa la psicoterapeuta, essere pregiudizialmente contrari all'epidurale, "che deve essere disponibile per chi la desidera. Ma non deve diventare una regola, una prassi su cui non si discute neanche più".

Altrettanto carico di significato il cesareo, sempre più spesso programmato non per esigenze mediche, ma per ragioni organizzative, per pianificare la nascita nel modo più conveniente. Ma a quale prezzo? "Avere il controllo della nascita dà la sensazione di poter controllare anche il bambino futuro: invece i bambini sono lì per ricordarci quante cose sono incontrollabili", spiega Marinopoulos. "La loro autonomia psichica nasce proprio da questo sottrarsi al controllo dei genitori, che oggi sempre più spesso dicono di non capire i loro figli". Interrogativi che difficilmente potranno essere placati dalle tabelle, sempre più dettagliate, che scandiscono implacabilmente ogni fase della crescita, dal peso corporeo allo sviluppo psichico. "Un tentativo classificatorio cui bisogna resistere", dichiara fermamente la psicologa francese. "Possibile che un bambino di tre anni che non sa disegnare un pupazzetto debba andare dallo psicologo? Non può essere che semplicemente non ami disegnare?".

Fonte: Dweb

 
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